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Posts Tagged ‘with a little less conversation’

Dieci cose da non chiedere a un greco – Wedding edition

May 20th, 2008 | By benty in Senza categoria | 5 Comments »

1) Possiamo sposarci in Grecia pur essendo entrambi italiani?

In realta’ a questa domanda i greci rispondono presto e bene, con un’efficienza insospettabile, capace di smentire le pastoie burocratiche che hanno dato vita alla rubrica with a little less conversation. Certo aiuta molto avere il capo dell’anagrafe come coinquilino, e che il datore di lavoro della sposa sia un avvocato onnipotente, legato a doppio filo al consolato italiano, all’ambasciata italiana e in ultima ipotesi alla camorra napoletana. L’ambasciata italiana di Atene a questa domanda facilissima ci ha presentato tre risposte diverse, a seconda del grado alcolico di chi ci parlava, che variavano dall’"assolutamente no", al "forse in certi casi si". Moltiplicate cio’ per i rispettivi comuni di residenza dei nubendi, per farvi un quadro preciso di quello che abbiamo passato.

2) Che cos’e’ e a che serve la famigerata "Postilla dell’Aia"?

Bella domanda. E inoltre: e’ nato prima l’uovo o la gallina? L’universo e’ infinito? Qual e’ lo scopo della vita di un uomo? Cosa c’era prima del big bang? Ma veramente Mara Carfagna puo’ diventare ministro?

3) Perche’ in Grecia i proprietari dei ristoranti ti guardano male se dici che hai 50 invitati per le tue nozze?

Semplice, un matrimonio medio in Grecia si aggira sui 3-400 invitati, si parla di casi in cui salgono addirittura a 2000. La gente e’ costretta ad aprire dei mutui ventennali volti a coprire le spese per l’acquisto delle sole bomboniere.

4) Rivolgendosi al gestore del locale :"Ci preparate anche un aperitivo prima di iniziare la cena?"

Certo come no. A parte che l’idea di aperitivo qui non esiste. Se proprio devono sforzarsi di fare gli europei e assecondare le vostre richieste, imbandiranno un tavolo con bocce di whiskey e rum. Una cosina leggera. C’era gente completamente ubriaca prima dell’antipasto. D’altronde la sposa era ubriaca gia’ in municipio, ma questa e’ un’altra storia.

5) Come funziona lo scambio degli anelli?

Si tratta di una usanza che puo’ trarre in inganno e confondere le idee. Perche’ il testimone dello sposo mette l’anello alla sposa e il testimone della sposa allo sposo. Mia moglie e’ stata a lungo convinta di essersi sposata con il mio testimone, un fricchettone spagnolo. Era anche soddisfatta. Ma – ci teniamo a ripeterlo –  si era fatta a stomaco vuoto tre calici di spumante prima di dire "Lo voglio". C’e’ da capirla.

6) Alla pasticceria dove avete ordinato la torta nuziale: "Potreste scegliere voi la forma della torta?"

Mai, mai e poi mai rivolgere questa domanda, che implica il libero arbitrio del pasticcere pazzo. Noi abbiamo rischiato di ritrovarci con la torta a forma di due orrendi cuori sovrapposti, ("Vanno per la maggiore" ha detto la pasticcera)  roba che gli invitati ci avrebbero riso dietro per il resto della nostra esistenza. Abbiamo optato per un piu’ sobrio dolce a forma di due cigni che s’ingroppavano, che siamo comunque dei romanticoni.

7) Ma sara’ necessario un interprete perche’ gli invitati capiscano cosa dice l’officiante che vi sposa?

In effetti ce ne doveva essere una, che si e’ presentata invece solo all’ora di cena. La celebre puntualita’ greca. Il momento topico (quello del "Si lo voglio") in greco e’ passato dunque pressoche’ inosservato e dopo qualche minuto, cogliendo l’assoluta mancanza di reazioni del pubblico astante, il testimone (lo ricordiamo, uno spagnolo) rivolgendosi alla disorientata platea ha detto "Oh, avete capito tutti, no? Mo sono sposati". Testuale.

8) E’ vero che alla fine della cerimonia, tirate addosso agli sposini della feta e dei souvlaki?

No, fortunatamente si usa il riso anche in Grecia.

9) Ma e’ vero che si balla un sacco durante il pranzo nuziale in Grecia?

Il solito luogo comune. Verissimo. L’orchestrina munita di buzouki e clarinetto e’ pressoche’ immancabile, e costa quanto un rene. Se poi sono particolarmente meritevoli gli invitati danzanti che apprezzano possono infilargli banconote negli strumenti, o nei vestiti, come fossero delle ballerine di lap dance. Alla nostra orchestra da questo punto di vista e’ andata male. Se la band entra nel clima di festa ed e’ dell’umore si alza e suona due o tre pezzi in piedi mentre tutti gli altri ballano in cerchio attorno a loro. Esordiscono gli sposi con un valzer quasi all’inizio (noi siamo riusciti a non calpestarci troppo) e poi si continua per tutta la notte con i famosi balli in cerchio che agli occhi di voi profani sono tutti sirtaky, e invece no. Quasi ci si dimentica del cibo, che si e’ provveduto a pagare con l’altro rene. Nei matrimoni completamente greci ci sono diatribe violentissime fra le famiglie su quali balli vanno eseguiti, quali musiche suonate e con quale ordine i parenti degli sposi devono ballare, le gerarchie sono rigidissime e importantissime. Noi l’abbiamo prestissimo buttata in allegra caciara, all’italiana. Comunque i nostri invitati si sono battuti come leoni, e alla fine mancava poco che gli insegnassimo il saltarello marchigiano, la pizzica e la tarantella ai greci. A un certo punto c’e’ un tipo di ballo piuttosto difficile in cui si deve cimentare lo sposo da solo, mentre tutti gli invitati in cerchio stanno in ginocchio e battono il tempo. Complici i litri di vino me la sono sfangata onorevolmente e senza cadere. La sposa ovviamente non ne ha memoria, era in bagno a piangere disperata perche’ gli avevano appena spiegato di avere sposato me, e non il mio testimone.

10) Come funziona il taglio della torta?

Per farcelo spiegare abbiamo dovuto ingaggiare un consulente della NASA. Un’orgia di imboccamenti incrociati che devono rispettare un’ordine immutabile: una procedura in cui vengono coinvolti anche i malcapitati testimoni, per capire la quale, a causa anche dello sproposito di vino bianco consumato, ci abbiamo messo un’oretta. Quando abbiamo finalmente capito ed eseguito a dovere, gli ospiti se n’erano gia’ andati a casa.

domanda bonus: Meglio un matrimonio in Grecia o in Italia?

Voi che ne dite?

Qui troverete altre cose da non chiedere a un greco

Questa e’ la storia di uno di loro

September 4th, 2007 | By benty in Senza categoria | 2 Comments »

Ancora una volta tu contro loro. Ancora una volta in fila, presso la DEH (pron. dei’) l’azienda erogatrice di corrente elettrica, per un ennesimo cambio di residenza. Di nuovo la trafila, di nuovo staccare il numerino, di nuovo seduto ad attendere, di nuovo l’arroganza insopportabile delle impiegate allo sportello da affrontare, con pazienza umilta’, rassegnazione e inossidabile spirito di sopportazione. Come mille altre volte, in mille altri uffici, a confrontarti, senza speranze con l’abominevole mostro burocratico ellenico.

Sapete quanto odiose possano essere le persone che arrivano dopo di voi, e che mentre voi fate bravi bravi la fila, vengono chiamate prima, scavalcano tutti, spavalde in modo ingiusto. Ma ovviamente hanno delle precedenze che a voi sfuggono, mostrano una odiosa e offensiva familiarita’, una connivenza con le maledette sportelliste che e’ l’unico motivo per cui VOI siete ancora li’ con le vostre stracazzo di bollette in mano, e loro sono fuori in un attimo, per cui voi siete pronti a farvi umiliare pubblicamente, a farvi spiegare per l’ennesima volta che NO, ovviamente non bastano i documenti che avete portato, occorrono ben altre carte, ben altre deleghe, ben altre scartoffie per ottenere cio’ che si vuole. Qualunque cosa sia.

Ma avete letto bene. Da oggi non parlo piu’ di me. Parlo di VOI.

Io oggi ero uno di quelli che scavalcava la fila i-n-t-o-c-c-a-b-i-l-e. E uscendomene fra mille occhi colmi di invidia e rancore della gente ancora in attesa, salutavo leggiadro cinguettando "Certo cara, grazie mille sei stata gentilissima guarda, ti aspetto a scuola, dai vieni venerdi che facciamo l’iscrizione della tua figliuola, ma si che te lo faccio lo sconto. Buona giornata!"

Cosa resterĂ  di quest’ospedalizzazione

August 5th, 2007 | By benty in Senza categoria | 11 Comments »
  1. L’utilizzo delle diaboliche creme depilatorie, strumento del diavolo e segno inequivocabile della decadenza della cultura occidentale.
  2. L’anestesista che mi chiede (e ottiene) la ricetta dello tsatsiki mentre ci ho due divaricatori dentro il taglio profondo 10 cm e ancora i dottori son lì che mi sfruculiano dentro.
  3. L’altro chirurgo che appena entra in sala operatoria chiede "Allora com’è che si chiama ‘st’operazione?"
  4. Il completino da sexy infermiera della mia fidanzata che ha pietà del sottoscritto e si ferma in ospedale ad accudirmi amorevolmente. In precedenza aveva minacciato di trascinare in tribunale tutto il reparto, molto meno amorevolmente.
  5. Il chirurgo che il giorno dopo l’operazione mi chiede molto serio e preoccupato "Allora come va?". Io rispondo riferendomi alla ferita "Eh, mi tira un po’ " e lui mi basisce sganasciandosi, con la risposta  "Beato te che ancora ti tira ! ". Ah ah.
  6. Il fatto che per i prossimi giorni continuerò a camminare come se mi avessero appena sodomizzato senza vasellina e senza amore. Al momento deambulo curvo, lento, goffo e ansimante. Una preview del 2057.
  7. Dover dire dolorosamente addio alle usuali competizioni estive di Hula Hoop, che da anni mi vedevano insuperato protagonista.
  8. Aver finalmente capito cosa mi mancava per diventare 2.0. Il tempo libero da ammazzare. Ho inusitatamente aperto un account su tumblr, anobii e (Dio abbia pietà della mia anima attualmente piuttosto annoiata) pure sul malefico twitter, altro segnale inequivocabile della decadenza della cultura occidentale. Per essere veramente 2.0 mi occorreva in pratica non averci un cazzo da fare. E allora eccomi qua. Per adesso.

Benty vs meccanici greci

July 6th, 2007 | By benty in Senza categoria | 2 Comments »

La mia auto ha vari problemi, oltre al fatto che è la mia, quindi soggetta a trasformarsi in tempo record in un immondezzaio. Fra questi ulteriori problemi un rumore inquietante di origine ignota e qualcosa di veramente grave ai freni. Il che mette a rischio anche l’incolumità della stessa donna che se ne serve per recarsi al secondo lavoro con cui al momento mi mantiene, la stessa donna di cui al post più sotto e ancora sotto (sento già i vostri commenti, "ma guarda questa povera crista quante ne deve passare").

Finalmente trovo modo e tempo di recarmi da un meccanico. Ne ho uno sottocasa. Gli porto la macchina. Gli spiego i problemi, gli dico che quest’estate dovrò andarci in Italia e voglio viaggiare ragionevolmente sicuro. Gli lascio la macchina per tre giorni. Quando vado a riprenderla mi dice che:

1) Il rumore non si sa da dove viene

2) I freni gli sembrano a posto

3) Fanno 20 euro, che nel dubbio ho cambiato le pasticche, graziearrivederci

Allora tosto mi reco alla ricerca di uno serio, giro e rigiro il mio sobborgo da 100.000 anime e ne trovo uno che si occupa solo di bmw. Entro, mi guardano malissimo, chiedo se si trova un meccanico nelle vicinanze, i loro sguardi da malevoli si trasformano in irridenti.

No, non ce ne sono notoriamente da queste parti, il più vicino è a millemila chilometri da qui, oh spovveduto turista italiano.

A parte che non sono turista. E poi non mi do mica per vinto, o stronzissimi meccanici greci al soldo della biemmevu che poi qui la chiamate bemevè che proprio non si può sentire. E mi metto alla disperata e solitaria ricerca di un meccanico amichevole. Giro e rigiro, e ne trovo uno a cinquecento metri dagli stronzissimi. Per entrare nel sotterraneo c’è una curva a gomito con pendenza del 70% e larghezza di due metri scarsi che richiede la patente sportiva. Chiedo se posso lasciare la macchina lì a uno che sta fuori e sembra aggiustare un’ambulanza, mi dice, no, oh sprovveduto automobilista di lingua scarsamente ellenica, devi entrare nel tunnel della morte. Dico io rassegnato, vabè. Mi inoltro ed esce un altro sbraitando e insultando, madovecazzovaimbecille. Ormai mi trovo a metà della discesa agli inferi. Quindi mi esibisco disinvoltamente in una partenza da fermo in retromarcia su vicolo con pendenza che nel frattempo sembra aumentata, il tutto condito da insulti di vario genere che ora coinvolgono anche un paio di passanti. Infine parcheggio e scendo, spiegando inutilmente che quell’altro mi aveva detto che. Poi gli spiego i problemi, gli dico che quest’estate dovrò andarci in Italia e voglio viaggiare ragionevolmente sicuro. Gli lascio la macchina per tre giorni. Quando vado a riprenderla mi dice che:

1) Il rumore non si sa da dove viene

2) I freni gli sembrano a posto

3) Fanno 20 euro, che nel dubbio ho cambiato l’olio, graziearrivederci

Mi tengo dunque la macchina guasta oltre al caldo di cui al post precedente. Stabilito come x il numero di bestemmie al minuto pronunciate in una giornata a temperature normale, elevato alla n per quanti gradi centigradi ci sono al momento, moltiplicato per 1/y, stando per y le possiblità di trovare un meccanico che aggiusti il trabiccolo in tempo utile, calcolate le possibilità che mi rimangono di andare in paradiso una volta giunto nell’aldilà.

Benty vs tecnico dell’aria condizionata

July 6th, 2007 | By benty in Senza categoria | 1 Comment »

Questo e’ un blog di servizio, l’avrete ormai intuito. Siamo qui a farvi capire come funzionano le cose da queste parti, a mettervi al corrente, o meglio in guardia. A grande richiesta tornano le vere tragedie greche, le conversazioni impossibili e a breve (consideratelo un regalo del sotoscritto) la rubrica "dammi tre parole" che tanto lustro diede a questo blog azzurrino a suo tempo, scatenando anche qualche riprovevole incidente diplomatico. Ovvero, Impara il greco con Benty in soli 25 anni, o ti restituiamo i soldi.

Andiamo ad iniziare con il tecnico addetto al ripristino dell’aria condizionata. Come pochi post sotto accennavo la Grecia e’ stata colpita da un’ondata di calore anomala circa una settimana fa, temperature che hanno lambito i 45 gradi. Chiamo in ritardo il tecnico per aggiustare l’aria condizionata

tecnico uno (consigliato dalla padrona di casa) si certo, capisco. Vengo stasera

contattato due giorni dopo: vengo domani

contattato all’indomani: forse oggi pomeriggio

Intanto provvedo all’acquisto e al montaggio di un ventilatore, che ci ha letteralmente salvato la vita. Contatto un secondo tecnico: vengo stasera.

(dieci giorni dopo chiama come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo) verrei domani mattina

benty: la mattina non ci sono, facciamo il pomeriggio?

tecnico due: si certo, chiami che fissiamo l’appuntamento

Per essere certo vado a fissare l’appuntamento di persona nel loro ufficio. Mi accoglie un vecchio scorbutico. Gli espongo la ragione della mia visita, sono qui, mi dica quando verrete.

Vecchio scorbutico: eh ma lei aveva detto che la mattina non poteva, ora i ragazzi sono in giro, non so quando finiscono. Quando finiscono passeranno.

benty: si, certo capisco. Ma quando finiscono? Sa, avrei un lavoro, magari potremmo concordare un’ora e …

vecchio scorbutico: no, non si puo’ deve apsettare a casa

Non importa se hai una vita che prevede sporadiche uscite dalle mura domestiche. Devi aspettarli e forse, quando potranno verranno. Occorre avere pazienza e fede. Realizzo dunque che la salvezza dai colpi di calore in questo paese e’ riservata alle categorie quali casalinghe, pensionati e paralitici costretti a letto, mi arrendo e mi tengo il caldo. Gli improperi verso il Creatore aumentano di volume, intensita’, e devo dire con un certo qual compiacimento anche in fantasia.

Pulp nights, una storia a orologeria

November 18th, 2006 | By benty in Senza categoria | 8 Comments »

Prima, quando ancora lavoravo solo al Kika, ci fu una trattativa serrata, a base di lusinghe economiche. Io ho sempre troppo pudore a chiedere soldi per mettere i dischi. Dico sempre che non c’è problema, poi ci si mette d’accordo. ‘Sta cosa che mi pagano per girare dischi e mi fanno pure bere gratis non smette ancora di stupirmi dopo tanti anni. Ma fu Ritis in persona, (abbreviazione di Margaritis letteralmente Margherito, magia dei nomi greci ndB) il capo del Pulp, a suo tempo boss del Casablanca a insistere per strapparmi alla concorrenza. Mi voleva lì il sabato, cercava qualcuno che suonasse proprio quel certo tipo di musica, diceva che avremmo fatto grandi cose insieme (non vi ricorda niente, oh miei fedeli lettori?). E così fu. Convinsi il padrone del Kika a farmi spostare la serata al venerdì, il che comportò inizialmente una dominuzione dei clienti ai miei set, e successivamente  un conseguente ridimensionamento degli emolumenti. Va be’, se tanto vado a guadagnarne in totale il doppio si può anche accettare. Questo pensai, ingordo e avido che non ero altro. Ed ecco a voi le mie Pulp night,  serate a tiratura limitata.

Numero uno

Un esordio così deserto non si era mai visto. Imbarazzo palpabile, addirittura incoraggiamenti del proprietario a fine serata. "Il bar è nuovo, la gente deve ancora conoscerlo. Vedrai verranno, ma tu non buttarti giù, mi raccomando, non penserai mica che sia colpa tua?". Questo egli mi disse. Confortante.

Numero due

Nonostante l’opera di moderato martellamento mediatico via sms del diggei in apprensione agli amici più fidati, pressochè nessuno si presentò neppure il sabato successivo al debutto. Solita clientela minimale, ovvero quellli fissi, che poi non sono diversi da quei loser del Casablanca, semplicemente trasposti in centro. Il capo ancora infonde coraggio e paga, la mia fidanzata appena giunta dall’Italia appassisce di sonno per tutta la sera al bancone, sorseggiando paziente il Porto più cotoso della storia del Portogallo. Non basta dedicarle canzoni su canzoni a evitare i suoi sbadigli. Eroica.

Numero tre

Di mio porto un paio di ex studentesse, che si presentano senza nemmeno una compagnia a supportarle e consumare superalcolici a bancone, per giustificare il mio stipendio d’oro. Per il resto l’usuale desolazione. Il bar proprio non tira. Sarà l’arredamento da bordello di inizio secolo, penso ignaro. Iniziano a circolare voci che i venerdì il locale sia invece strapieno e ci si diverta da matti fra balli, orge e sacrifici di vergini fino alle sette di mattina. Non me ne capacito, ogni volta che ci passo davanti sembra semivuoto. Puntuali come la morte arrivano le prime lamentele per dieci minuti di ritardo all’arrivo ( a bar ancora praticamente chiuso) e a seguire una qual certa diminuzione di calorosità nei saluti di arrivederci. Inquietante. A fine serata (si finisce un sacco presto al Pulp, non essendoci clientela) di solito me ne vado al Kika per rassicurarmi che almeno lì il sabato, ovvero quando non ci suono, non succeda il finimondo. Nella mia testa significherebbe che allora se non c’è gente è tutta colpa mia e della mia musica. Capro espiatorio.

Numero quattro

La svolta. Una mia amica decide di organizzare la sua festa di compleanno proprio al Pulp, sapendo che ci sarò io a suonare. Quindi riempio il locale praticamente da solo, di gente che si diverte, balla, canta e soprattutto beve. Il volto del capo che mi sembrava scurirsi nelle ultime settimane di tristezza, torna ad illuminarsi, i clienti fissi di solito moscissimi iniziano a sorridere, gli sfinnakia a scorrere, le cose a girare per il verso giusto, le caprette ci fanno ciao. Addirittura dietro il bancone si accennano passi di danza, le cameriere sospirano canticchiando i Cure e Ritis, il capo chiamato Margherito, diviene un fiore d’uomo (battuta a cura del FNBS, fronte nazionale della battuta scontata), ed elogia apertamente l’operato del bravo diggei che fa danzare i simpatici clienti. Incantevole. 

Numero cinque

Il boss manca, è in viaggio in Germania, ricomincia l’abituale latitanza di avventori. Mi ritrovo con la barista, sua amica con diritto* e la cameriera. La desolazione è tale che la cameriera inizia a raccontarmi barzellette per far passare il tempo. Purtroppo non sono mai stato bravo a sfoderare risate finte, ma faccio del mio meglio. A un certo punto il bar è così vuoto che ho l’impressione che se ne sia andato pure il personale. Verso le tre si popola. Prima due ragazze. Poi altre due. Poi altre due. Poi ovviamente basta. Nel locale ci siamo io e otto donne per cui metto musica. Felliniano.

Numero sei

Prima del sabato numero sei occorre menzionare che vengo in settimana contattato dal capo di ritorno dalla trasferta tedesca, via sms. Mi fa "Appena puoi passa dal locale che dobbiamo parlare". Lo chiamo e lui nicchia, "Dobbiamo parlare", insiste. "Eh ma infatti ti ho chiamato, parlare è una di quelle cose che si può fare anche al telefono", dico io che manco per il cazzo ci voglio passare durante la settimana e odoro puzza di bruciato. "No dai passa". Evabbè. "Ma non ti allarmare, è solo una discussione per fare il punto della situazione che sto avendo con tutti i dj che suonano qui, niente di che". Se lo dici tu. Fattostà che una sera ci passo, il locale alle due meno un quarto sta già miseramente chiudendo, gli sgabelli giacciono già rassegnati sopra il bancone. E lui mi fa "Senti, le cose non vanno mica tanto bene. (ah si? credevo che ambissi a mantenere il locale vuoto seguendo le ultime tendenze newyorkesi, in cui i bar trendy sono quelli deserti e tristi ndB) Mi aspettavo che mi portassi almeno quattro o cinque persone fisse il sabato, con tutta la gente che conosci, con tutti gli studenti che hai, con tutti quelli che portavi al Kika. E invece i sabati in cui suoni tu abbiamo fatto i peggiori incassi da quando abbiamo cominciato. Tutti gli altri dj mi portano i loro gruppi di amici, qui il venerdì si finisce sempre le sei di mattina. Io ti pago più di tutti gli altri, io ho creduto in te (non vi ricorda proprio niente, oh miei fedeli lettori?), quando ti ho preso credevo fossi il Ronaldinho dei dj (testuale ndr) e invece … Con questo non voglio dire che sia colpa tua, per carità, ma non ci rientro con le spese con quello che ti pago. Adesso vediamo ancora un po’ come va, ma bisogna che ti dai da fare a portar clienti, se le cose non migliorano bisogna trovare una soluzione". A nulla valgono i miei tentativi di autodifesa che si appoggiano su argomentazioni inattaccabili quali: i miei amici te li ho portati l’altra volta, la gente è strana e cattiva, il bar è nuovo e io sono straniero, piccolo, solo, triste, incompreso e mi mancano la mamma e la pizza con la sfoglia sottile come si fa da noi. E poi le cavallette.

Con questo stato d’animo dell’imputato in attesa di sentenza mi reco il sabato numero sei a dispensare musiche. Per i primi cinque minuti devo aver anche pensato che forse non me ne andava poi nemmeno tanto di suonare, ma tanto lo so, dopo i primi tre pezzi mi dimentico di tutto o quasi. La serata va bene perchè si festeggia un altro compleanno, non riconducibile ai miei contatti stavolta. I sorrisi dell’uomo chiamato Margarito sono di facciata e me ne accorgo. Ma la gente si diverte con la mia musica, chiede informazioni sulle canzoni, si spertica in complimenti. Sorseggiando l’ultima birra penso a riconfigurare la mia professionalità, da semplice dj a dj/p. r. Ma è un attimo di debolezza : mi rido in faccia da solo. Verranno qui se ne hanno voglia, io non mi metto a implorare nessuno, al limite informo chi me lo chiede sul posto dove suono, i clienti trovateli tu, il mio lavoro è metter dischi. Questo penso, mentre prosciugo l’ultimo boccale. Temerario

Numero sette

Quando arrivo il Margherito si lamenta nuovamente della puntualità, anche se sono in perfetto orario. Era la prima serata senza la compianta valigetta peraltro, e già non ero proprio di buonumore, diciamo. Solita serata di pienone, ma purtroppo in tutti gli altri bar della città. Al Pulp a parte il dj ci sono i soliti quattro sfigati. Nel mezzo della tristezza montante mi conforta vedere che almeno sono riuscito a portare sei persone mie, nelle dieci totali che fa la seratona. E restano pure fino a tardi. Almeno la coscienza ce l’ho a posto per oggi e non esco come un ladro dal Pulp, con la sensazione d’aver rubato i soldi del mio stratosferico compenso. Per la prima volta si evidenziano apertamente i segni dell’insofferenza della dirigenza che si traducono in boccali di birra riempiti di malavoglia e anche in critiche ai generi musicali proposti. L’apice si raggiunge con un dialogo più o meno simile a questo

– Ritis: Perchè non metti un po’ di Rock?

-Benty: Veramente questo pezzo rientrerebbe nel grande universo di quello che molti chiamano "Rock"

-Ritis: Ma non lo so, qualcosa tipo i Sonic Youth

-Benty: Ma questi sono i Sonic Youth

-Ritis: Si ma dai, metti il Rock che alla gente che abbiamo stasera (4 persone al bancone ndB), piace

– Benty : …

Esco dal Pulp fra l’indifferenza, saluto sbadigliando. Sento che la fine è vicina, e adesso poi il mio dolore è tutto rivolto alla perdita dei miei 160 cd. Che mi cacciassero se non gli vado bene. Fatalista.

E infatti il lunedì mattina, la damoclea spada infine trafigge, fredda, dolorosa, ma tutt’altro che inattesa. Mi ha scaricato per telefono Margherito, come se fra noi non ci fosse stato mai nulla, con un tono metallico standard (cit). Ha detto che non vuole più continuare, che non era colpa mia, ma nemmeno sua, che ormai che erano due mesi che le cose andavano male, anche se invece era solo un mese e mezzo e questo significa che non si sarebbe ricordato nemmeno del nostro anniversario. I soliti insensibili gli uomini. Io gli ho detto solo, va bene, come vuoi. Poco male ho pensato, si chiude una porta si apre un portone, morto un papa se ne fa un altro, chiodo scaccia chiodo. Il martedì sera m’è venuta la febbre a trentotto.

Amica con diritto* : il diritto di scoparsela di tanto in tanto.

The Shins will not change my life

May 24th, 2006 | By benty in Senza categoria | 9 Comments »

Ti alzi di buonumore, è già estate e fra poco i corsi finiranno, permettendoti di rilassarti. Inoltre tra un paio di settimane riceverai visite a dir poco agognate, insomma sei tutto su di giri. Ti fai il caffè, metti su gli Shins. Non c’è niente che possa andare male, ti dici. E’ con questo agguerrito stato d’animo che inforchi i tuoi occhiali da sole tamarri e ti rechi in battaglia, pronto a sconfiggere il "mostro burocratico ellenico", creatura trasversale, melmosa, unta, tentacolare, che estende il suo impero dalle aziende pubbliche a quelle private. La lotta è impari, ne sei conscio. Il mostro lo conosci, ne hai già combattuto le molteplici incarnazioni, ne sei già stato ripetutamente sconfitto, sai che la tua lancia in resta dev’essere composta da una lega indistruttibile di pazienza, tenacia, ostinazione, nervi saldi, insistenza e un tocco di facciadaculo, se occorre. Anche senza Sancho Panza e Ronzinante sei pronto a dargli filo da torcere, oggi trionferai, lo senti.

STEP 1: OTE (compagnia greca telefonica ex monopolista)

Eri stato informato la settimana precedente che la banca non aveva provveduto a pagare la bolletta del telefono, per dei dettagli a dir poco irritanti, che proprio ti ostini a non capire. Praticamente non c’erano più soldi nel conto corrente. Quindi toccherà a te, di persona, scendere tutta via Pasalidi, affrontare la fila, spiegare cos’è successo, e infine pagare. Sembra semplice. La coda per lo sportello delle bollette arriva fino fuori dall’edificio della compagnia telefonica. Come se il pagamento via banca qui non fosse mai arrivato. Peraltro noti che la fila è composta da anziani determinatissimi a non farsi mettere i piedi in testa, probabilmente mandati in pasto al mostro da figli senza scrupoli. Non ti perdi d’animo, dimentichi l’afa e la calca, ti disponi ben ultimo con serafica attitudine. Dopo un po’ arriva il tuo turno

Imiegato Ote: dica (con la mano tesa a ricevere la bolletta, che a me peraltro non è ancora arrivata)

benty buongiorno !

impiegato Ote: [già distogliendo lo sguardo ma sempre con la mano tesa, ed un inconfondibile tono metallico standard (cfr Offlaga Disco Pax) ] dica

benty: dunque, io avrei questo problema ….

impiegato Ote (volge gli occhi al cielo/soffitto giallastro, invocando probabilmente qualche divinità, anche antica, perchè mi incenerisca seduta stante, ho come l’impressione che non mi ascolti)

benty: ehm dicevo mi hanno detto dalla banca che…

impiegato Ote: la bolletta ce l’ha?

benty: no veramente ero qui a spiegarle proprio che non essendomi arrivata la bolletta avrei pensato di…

impiegato Ote: (indica un punto lontano all’orizzonte, oltre i mulini a vento) quel signore lì, lo vede, ecco vada da lui (il suo sguardo mi bypassa, è già concentrato sulla prossima vittima)

benty (imperterrito) ma io avrei anche fatto la fila e… (vengo calpestato dal pensionato alle mie spalle, mi reco rassegnato dall’altro personaggio, in fondo. Nervi saldi, s’era detto)

Secondo tentativo, altro impiegato

benty (si impone un sorriso facilmente travisabile per una paresi) Buongiorno !

altro impegato Ote (non solleva lo sguardo dal pc) dica

Al suo fianco campeggia il solito inutile gigantesco cartello che recita inane "Vietato fumare" e lui ovviamente sta fumando. E come se il cartello dicesse "Vietato essere greci". Che senso avrebbe? Un greco è un greco è un greco.

benty (decide di passare all’attacco, di essere più risoluto) dunque mi controlli per cortesia questo conto, la banca dice che la bolletta non è stata pagata, e a me non è ancora arrivata. Veda un po’…

impiegato Ote: (si scuote dal torpore) mi dia il numero [Scartabella un po’ alla ricerca, lo trova. Si rivolge a me] boh… qui risulta pagato… o meglio…se non è stato pagato lo sapremo fra qualche giorno

benty: e dunque?

impiegato Ote: eh torni fra qualche giorno e lo paghi

benty: ma, scusi, io vorrei pagare adesso [si rende conto che sta IMPLORANDO qualcuno di lasciarlo pagare. Strana è la vita, a volte]

impiegato Ote: eh ma non si può, qui non risulta poi si fa casino. Ci vediamo fra qualche giorno

benty (abbassa il capo in segno di resa) D’accordo, arrivederci

 

STEP 2: AZIENDA MUNICIPALE DELL’ACQUA

Ovviamente l’odissea non è finita. Ti esorti a non perderti d’animo, hai ambizioni oggi. Vuoi addirittura chiudere il travagliato discorso del contratto dell’acqua. Per darvi una idea di come funzionano le cose in questo paese intasato dalla feta. La scuola l’abbiamo aperta a settembre. Da allora per mesi non si sapeva chi pagasse l’acqua, poichè la precedente impresa che affittava gli uffici si era, come dire, volatilizzata. Il padrone, dopo lunghe pressioni, riesce a farsi mandare una bolletta pagata ed estingue le pendenze, cosicchè noi si possa fare un contratto con l’azienda dell’acqua a nome della scuola. Più e più volte ti scontrasti in battaglia col mostro burocratico ellenico, uscendone sempre brutalmente mutilato e afflitto spiritualmente. Stavolta però senti che ci sei. Nelle ultime due volte che ci sei andato ti hanno fatto un elenco degli incartamenti necessari. Poi una volta si erano scordati che avevi bisogno anche di una delega, e te la sei infine fatta fare. Adesso andrai finalmente a fare il tuo dovere, Sai di avere le carte in regola. Siamo arrivati quasi a giugno, è finito l’anno scolastico, la mia scuola non ha ancora un contratto dell’acqua. Benvenuti in Grecia, anno del Signore 2006.

benty: (sempre più provato da questi sorrisi forzati) buongiorno !

impiegato acqua: dica

benty: si ricorda di me? ho bivaccato qua a lungo nella vana speranza di stipulare un contratto per la mia stracazzo di scuo…

impiegato acqua: (senza sollevare gli occhi dalle sue carte) la signorina giù in fondo (indica)

benty: (gli occhi si iniettano di sangue, il sorriso ci mette poco a trasformarsi in un ringhio) si. Grazie.

signorina giù in fondo : dica

benty: (senza proferire più parola, senza nemmeno dire buongiorno sbatte davanti alla stolta il plico documentale necessario, uscirò da qui con il mio contratto, dovesse costarmi la mia stessa vita, maledetti) fatemi un contratto o faccio una strage, voglio pagare, essere in regola, perdìo

signorina giù in fondo (da un’occhiata, tutto sembra a posto) bene, c’è tutto, adesso le faccio il contratto

A quel punto non mi interessa che la procedura al computer richieda un tempo in cui avrebbero potuto erigere un acquedotto. Ormai sono soddisfatto, mezzo obiettivo della giornata è stato centrato, mi rilasso, mi esce anche un sorriso, lo stesso di stamattina. Con gli Shins nello stereo le cose non possono andare male, rifletto giulivo. Abbasso la guardia, firmo felice, giunge addirittura il momento di pagare e lo faccio con gioia ingiustificata. E’ fatta, penso.

Poi, ovviamente qualcosa non va.

signorina giù in fondo: eh ma scusi, qui risulta che la bolletta che mi ha dato è condomininiale, e non privata

benty (sgomento) ma …

signorina giù in fondo : niente qui mi tocca cancellare tutto, e non so nemmeno come si fa, aspetti che chiamo il collega

La procedura di cancellazione richiede un tempo doppio a quello di stampa del contratto, e senza di essa non posso prendere indietro i soldi pagati. Si forma una fila malmostosa alle mie spalle. La mattinata è stata una debacle, l’ennesima. Sprofondo su una sedia, la testa tra le mani. 

Mi scorre un brivido sulla schiena: ho dimenticato che dopo devo andare pure in banca. Oggi soccomberò, lo sento. La morale della giornata è: mai fidarsi delle mattine radiose, degli impeti di buona volontà, di quanto si è imparato in battaglia. E, amara constatazione, nemmeno degli Shins.

Il marcio mondo del djmercato greco

May 16th, 2006 | By benty in Senza categoria | 7 Comments »

Riceviamo e pubblichiamo un documento scottante, una intercettazione telefonica che farà tremare le stanze dei bottoni, dando così  la stura alle indagini sul delicato fronte che riguarda il losco traffico estivo di disc jockey nella Grecia settentrionale. Ovviamente il mandante è ancora Lucky Luciano Moggi

 

El RXXXX pronto Luciano?

Moggi: oh stavo a mangià. Dimmi pure !

El RXXXX: scusa, no senti era per quel dj che sta in Grecia, a Salonicco, non so se ci hai presente…

Moggi: ma chi? Il professorino? Che ha ricombinato?

El RXXXX: eh si. Comincia a dare fastidio. Si sta allargando, non so, vedi se puoi fare qualcosa tu…

Moggi: ma no guarda, quello è gestito dalla djea, abbiamo sotto pure Enver, Polaroid  ed Enzop. Ne faccio quello che voglio.

El RXXXX: ma adesso che mi stai a fa il paragone? Quelli son professionisti, ma che c’entra? No, me lo devi togliere dal Kika mi ha rotto i c…

Moggi: e vabbè ma le griglie che avevamo fatto? Dove lo piazzo mo? Dai aspetta che finisce la stagione, fingiamo un interessamento di qualche locale tipo il Flou, lui si impettisce come un piccione, così lo scaricano e il gioco è fatto. Mo telefono a De Luca così creiamo il caso

El RXXXX: e non lo so, trovagli un altro posto. Con la scusa che la stagione è finita

Moggi: senti ci avrei il posto sulla nave, l’Arabella, che ne dici? Uno di quei bar che fanno i giri nel golfo di sera. Massacrante, dalle nove alle nove della mattina, non reggerà mai

El RXXXX: ma che sei matto? Tutta l’estate a sentire i Pixies sulla nave? Ma lì ci vuole il latino, il reggae, lo ska, è all’aperto, d’estate… quello mi mette gli Wolf Parade. No no, se non puoi massacrarlo lo tagli. Bisogna andargli tutti contro, farlo fuori. Gli dobbiamo fare il c…

Moggi: eh io adesso di posto quello ci ho. Dai, ce lo mettiamo tutti i sabati, da giugno a settembre, che si rovina l’estate, così il mare lo vede solo dalla nave eh eh

El RXXXX: eh eh sei proprio un figlio di p… mica ci avevo pensato…dai allora va bene. Ma me lo confermi ?

Moggi: eh ancora no, devo vedere dove piazzare quello dell’anno scorso, sentire coso, quello che gestisce. Ma è uno dei nostri secondo me ce la facciamo. Sennò lo chiudo dentro al cesso come Paparesta ah ah

El RXXXX: ah ah certo e poi buttiamo le chiavi in mare. Oh insomma, quando aggiusti poi fammi sapè

Moggi: si dai dammi qualche giorno, è una questione di qualche settimana, poi ti confermo

Strange days

April 7th, 2005 | By benty in Senza categoria | 3 Comments »

Il sole scintillava in cielo e la sera prima ero riuscito nella improba missione di non ubriacarmi, quindi per una volta ho scelto di vivere la mattina. Con un impeto di inusitata iperattività, prendo il toro per le corna, e  decido di recarmi all’OAED(*), di nuovo. Lo faccio, sicuro che passare dieci minuti lì dentro a farmi maltrattare, ribilancerà questo eccesso di buonumore, dovuto in larga misura al bel tempo. Si entra all’OAED e se ne esce pronti a effettuare delle carneficine, o ben che vada con l’ego assolutamente destrutturato. Andare all’OAED è come ascoltare quelle canzoni che sai che ti devasteranno la giornata di tristezza. Ma le ascolti lo stesso, perchè a volte, semplicemente, senti che devi.

Entro e mi accorgo che allo sportello a cui mi devo rivolgere non c’è fila. Mi guardo attorno smarrito e diffidente. Arrivo al suddetto sportello, dove come sempre non c’è nessuno e devi attendere parecchio prima che qualcuno, sbuffando, decida di alzarsi dalla sua comoda postazione e rivolgerti la parola di malavoglia. Invece stavolta no. Una signora si alza immediatamente e si dirige verso di me con un sorriso. Indietreggio istintivamente: cosa sta succedendo? L’OAED è il mio incubo divenuto ufficio pubbblico, lì tutti odiano tutti, e soprattutto me.

"Posso aiutarla?", mi dice. Spiego il mio problema, so che mi riderà in faccia. Inceve no. Appena finisco di esporre si getta alla ricerca disperata del documento che mi serve, fra pile impolverate di scatoloni. Non capisco. Impiegati pubblici greci che fanno il loro dovere? Gentilezza? Qui? Forse è una trappola, al meglio una candid camera. Inizio a guardarmi attorno circospetto alla ricerca di telecamere nascoste, pronto a urlare "Venite fuori stronzi, non mi fate ridere, nè paura". Ma in realtà tremo. Perchè mentre la prima donna mi ha chiesto il cognome, altre due signore si sono avvicinate. Una ha cominciato a fare commenti su quanto suonasse bene il mio cognome, ripetendolo a voce alta tre o quattro volte. L’altra ha iniziato a disquisire su quanto fossero affascinanti gli italiani. Probabilmente è un linguaggio in codice, e hanno appena stabilito di sopprimermi.

Il documento non è ancora arrivato, la prima signora è decisamente dispiaciuta a riguardo, ma mi rassicura in modo materno. La seconda sta scrivendo, sua sponte, il numero telefonico dell’ufficio "Così non c’è bisogno che vieni inutilemente". Sgrano gli occhi incredulo. L’ultima volta mi avevano congedato dicendo: non far vedere il tuo brutto muso da queste parti per qualche mese, fottuto mangiaspaghetti. Oggi mi assicurano che si interesseranno della pratica in no-time. La terza signora a un minimo accenno di richiesta di delucidazioni mi fa un quadro esauriente, senza smettere di sorridere.

Esco completamente disorientato.

(*) L’OAED è una cosa a metà fra la previdenza sociale e l’ufficio di disoccupazione, in genere un labirinto burocratico insolubile, condito dalla assoluta meschinità degli impiegati pubblici più scortesi d’Europa. Vedi precendenti post nella categoria With a little less conversation.

With a little less conversation (6)

September 30th, 2004 | By benty in Senza categoria | 2 Comments »


Sottotitolo: 2004 Odissea nella burocrazia greca parte 3 – back to war


Benty: buongiorno, sono venuto per il timbro sui cuopon…


Signorina OAED : (lo squadra con un ghigno malevolo sul volto, ricordandosi che si tratta pur sempre di un immigrato) faccia vedere… mhh deve tornare lunedi’


Benty: ma come, mi scusi, qui c’e’ scritto che si poteva venire a incassare dalla settimana scorsa fino alla prossima…


Signorina OAED : (scuote il capo e inspira profondamente) si certo, ma la banca non la paghera’ comunque fino a lunedi’, lo dice la legge


Benty : (quasi piangendo) ma perche’?


Signorina OAED : perche’ e’ LA LEGGE !


Benty : …