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We’re all from Barcelona, step one: la partenza

26 aprile 2007 | By benty in Senza categoria

Le indicazioni della mia socia per il viaggio erano state chiare "Se le cose si mettono bene vanta e decanta pubblicamente i meriti della scuola, se si mettono male e i bastardi iniziano a lamentarsi, e credimi succederà, dai tutta la colpa all’agenzia che organizza il viaggio". Sembrava facile sulla carta, essendo presente anche uno dell’agenzia succitata, tale Kostas, con donna al seguito. Il mio capro espiatorio, pensavo, che si porta pure l’accompagno a nostre spese. Bersaglio sin troppo scontato. Al mio fianco nel ruolo dirigenziale, oltre alla mia dolce metà, anche dei parenti stretti della socia, nella figura di

a)sua sorella caffeina-nicotina dipendente

b)sua nipote-che-lavora-alla-scuola-centrale-come-segretaria. Almeno lei avrebbe saputo riconoscere le facce degli studenti. E inoltre, pensavo, l’avrei sfruttata per tediose mansioni quali raccogliere soldi per i musei, le adesioni e per effettuare conta del gregge. Oltre che per sollevare la cartellina riportante l’effigie della scuola, simbolo effettivo del potere, durante i movimenti di massa. Un po’ come l’ombrellino colorato per i gruppi di turisti giapponesi, ecco. Brandirlo è sempre stato uno dei miei incubi ricorrenti.

Sempre in teoria noi quattro, il gruppo di comando, non avremmo dovuto cacciare una lira per quanto riguardava musei, gite turistiche, etc. Ci saremmo accorti presto di quanto la realtà sarebbe stata esosamente diversa, maledetta Catalogna.

All’aeroporto l’appuntamento era alle 5.30, per prendere un charter che sarebbe partito alle 7. Che in Grecia significa le otto e mezza, ma non importa. Inizialmente si fatica a raggrupparci all’aeroporto. Si formano i primi gruppetti spontanei di gente sperduta, che teme di restare appiedata, e li vedi in giro che chiedono a chiunque se sanno niente di una gita con una scuola. Impietosito mi attivo in fase di catalizzazione, si siamo noi, non temete, o popolo predestinato. Come già un mio celebre predecessore vi porterò alla terra promessa, senza manco bisogno di aprire il mar Rosso. Già dalle 5.45 comincio a ricevere telefonate di gente in panico, alcuni già in procinto di imbarcarsi, "Ma dove siete?", e dire che l’aereoporto Makedonias di Salonicco non è esattamente gigantesco. Ci sono personaggi già pronti da tre ore al check-in, anche se il volo è ben lungi dall’essere annunciato. Altri che si apprestavano a salire le scalette di aerei in partenza. Peccato che non avessero ancora nemmeno i biglietti.

Piano piano ci si raggruppa. La visione d’insieme è raccapricciante. Dal numero e dalla dimensione delle valige di alcuni inizio a pensare che almeno una trentina di essi abbia deciso di trasferirsi a Barcellona in pianta stabile, anzichè permanere i cinque giorni scarsi che erano in progetto. Vengo presentato a tutti come il "responsabile" del viaggio, etichetta pesante da scrollarsi di dosso e davanti a cui la mia stessa madre si sarebbe sbellicata dalle risate, per il solo tentativo di associarvi un debosciato del mio calibro. Certo mamma che potevi pure sforzarti di più per contribuire ad accrescere la mia scarsa autostima.

Potete capire l’effetto di essere presentato alle 6 di mattina a 50 sconosciuti, fra cui parecchi scalmanati che iniziano a farvi domande sul flamenco, sul programma della gita, su Ronaldinho, sul modernismo, sui prezzi dei biglietti, sui monumenti, cogliendomi del tutto impreparato. Capacità percettive azzerate, confusione mentale sui nomi, sonno incipiente: tutto ciò che cerco è un caffè e un posto dove inaugurare il primo pacchetto. Ma d’altra parte vivo la dicotomia di dovermi improvvisare consumato accompagnatore di gite greche. Tranquillizzare, erudire, stuzzicare, coinvolgere. Inizio a dare informazioni random sulla Spagna, che spaziano dalla paella a las fiestas,dalla corrida a vamos a  la playa, sciorinando una conoscenza vistosamente artefatta della città (a Barcellona c’ero stato una volta quattro anni fa per due giorni, figuratevi) e anche un minimo sindacale di spagnolo, per vedere se abboccano. In realtà devo fare attenzione, che in mezzo a quella infida massa di gitanti ci sono anche persone che lo spagnolo lo sanno davvero. Inizio a sudare copiosamente. Dopo un’infinita attesa riusciamo a imbarcare tutta la sciamannata truppa sul charter di compagnia incerta. Inizialmente si dice spagnola, poi Yugoslava, infine si vocifera che nella notte la flotta sia stata ceduta per un imprecisato numero di barili di aringhe affumicate a un losco faccendiere vietnamita. Sarà una lungua giornata. Vedrai mamma, stavolta ce la farò.

2 Comments on “We’re all from Barcelona, step one: la partenza”

  1. grande narratore di viaggio il benty, mi aspetto il seguito come una sorta di mix fra terzani-chatwin-bryson

     

  2. bella la metafora del losco faccendiere vietnamita.

     

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