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Vittorio

08 agosto 2013 | By benty in Senza categoria

Si chiamava Vittorio e lo chiamavano Anselmo, per motivi ignoti ai più. Per Vittorio le parole contavano un sacco. Per esempio volle la mia parola per quanto riguardava la serietà dell’impegno che mi apprestavo a prendere quando decisi, con gesto davvero d’altri tempi, di andare a chiedere formalmente la mano della nipote, come aveva suggerito. Mi prese da parte 6 anni fa, mi disse che andava bene convivere prima del matrimonio, andava bene sposarsi anche in comune, andava bene persino la Grecia, che si fidava visto che le nostre famiglie erano amiche da decenni (una mia zia aveva cucito l’abito da sposa di sua moglie Vera a credito, verso la fine degli anni 40) ma insomma ci voleva un impegno serio, ché se poi venivano i figli ci voleva che avessero un nome, mica si poteva lasciarli così.

Ci voleva la mia parola.

Tutt’intorno la sua famiglia si sbellicava pregandolo di lasciarmi in pace, ma io e lui eravamo serissimi, io gli diedi la mia parola e lui venne fino in Grecia ad accompagnare la nipote, bellissima, all’altare. A 88 anni prese per la prima volta una nave, andò per la prima volta all’estero, arrivò fino a Salonicco (“andare a Salonicco”, mi spiegò poi, era un’espressione che ai suoi tempi si usava come equivalente di andare al diavolo, o in un posto remoto, che nessuno sapeva esattamente dove fosse). Non è che ne avesse molta voglia ma aveva dato la sua parola.

Quella volta le parole purtroppo erano in greco, ma insomma tutti finsero di capire la cerimonia in comune e poi tutto andò bene, tanto che dopo, alla festa in taverna, Vittorio rubò a lunghi tratti la scena alla sposa, intrattenendo amabilmente camerieri greci e ospiti di varie nazionalità.

Le parole per Vittorio, contadino dell’entroterra marchigiano, erano il tratto che lo distingueva dai suoi compaesani. Si esprimeva senza quasi inflessioni dialettali in italiano forbito, citava a memoria ampi passi della Divina Commedia e salaci aneddoti sul Manzoni, era salito anche a rappresentar commediole su qualche palco locale. Addirittura, abbiamo saputo anni dopo, assieme a mio nonno, attorno al 1950. Tu chiamala se vuoi serendipity, ma secondo me a Vittorio questa parola non sarebbe mica piaciuta tanto.

Le parole per Vittorio erano così importanti che ne scrisse per anni, tutti i giorni, su un quadernino a quadretti a sua moglie Vera, che non c’era più. Ogni giorno le raccontava come era andata la giornata. C’è chi va al camposanto tutti i giorni a portare fiori e chi invece scrive su un quaderno. Smise di scrivere solo quando morì suo figlio, e di parole forse a quel punto non ne aveva davvero più.

Le parole che Vittorio mi regalò come segreto per la durata di un matrimonio somigliavano più a un monito che a un consiglio, ed erano queste “Alla rabbia della sera segua sempre la quiete del mattino”. Potrebbero sembrare luoghi comuni o blanda saggezza popolare se non fosse che per me e Ludovica suonarono più come il responso finale di uno psicoterapeuta di coppia. Sicuramente un caso.

Siccome diceva quello che le parole sono importanti, e siccome il ricordo delle persone passa banalmente per le parole che ti hanno detto molto più che per le immagini o altro, e siccome secondo alcuni se non scrivi tutto tutto tutto poi rischi di dimenticare qualcosa ed è un peccato, allora in questo agosto feroce volevo lasciare un ricordo scritto delle parole di Vittorio, contadino poeta, come lo chiamavano al paese.

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