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Devastations, 22.02.2007 a Thessaloniki

febbraio 24th, 2007 | By benty in Senza categoria | No Comments »

Siamo arrivati quasi a Marzo e riesco a vedere finalmente il primo stracazzo di concerto dell’anno; così stanno le cose nel 2007 nella Grecia settentrionale, in una città da un milione e mezzo di esseri grecoidi. Giovedì sera ho cancellato senza sensi di colpa una lezione, ho imposto senza batter ciglio un’ora di straordinari non pagati alla segretaria, che si fermasse a chiudere la scuola in mia assenza senza stare a tirarla tanto per le lunghe, e me ne sono andato piuttosto felice a vedere gli australiani Devastations, per la loro prima data assoluta in Grecia.

Il biglietto riportava impietosamente l’insuccesso delle prevendite, recitando numero 13, anche se era stato staccato solo la mattina precedente al concerto. In effetti quando sono arrivato allo Xilurgeio il vuoto dapprima mi ha spiazzato, rimandandomi in loop nel cervello le solite tiritere su quanto i greci non capiscano un cazzo di musica e per esteso anche della vita, ammesso e concesso largamente di essere noi i depositari del giusto. D’altronde per questa estate hanno confermato l’arrivo in Grecia dei Metallica e degli Iron Maiden, dio castoro. Poi, avrei pensato più tardi, a volte è una sensazione davvero fantastica quella di vedersi un concerto belli tranquilli, a quattro metri dal palco, potendo comodamente fumare, svaccati ma una roba che mi mancavano solo le ciabatte e la scheda elettorale nuova per votare partito dei pensionati.

Prima dei Devastations c’è anche un gruppo di supporto, i già ascoltati (in apertura agli Arab Strap) Broken seals, salonicchesi autori di una musica malinconica, intorpidita ma a tratti pure canticchiabile, piuttosto ricca di velleità nobili e che si difende benone con i primi due pezzi e gli ultimi due. La flessione nella parte centrale ha sprofondato me e i miei sodali di concerto in uno stato vagamente narcolettico. Il simpatico cantante dei Broken Seals è una cosa a metà fra Joe dei La Crus, e quello riccio di Ale e Franz; non so quanto possa aver influenzato la sua performance il fatto che mi abbia chiesto di fargli lezioni d’italiano, poco prima di iniziare  a cantare, e che io abbia prontamente rifiutato.

Poi arrivano i Devastations, dopo un estenuante ari-soundcheck. Avevo letto che erano tre, e invece si presentano in quattro, che alle tastiere c’è una ragazza con capello a caschetto. Il suo apporto è piuttosto impalpabile, ma almeno non disturba, come invece era accaduto con la sciarpa carnascialesca della bassista dei Broken seals, cromaticamente quantomeno urticante. Dei Devastations avevo ascoltato qualche pezzo (scaricato e regolarmente pagato con tanto di scontrino da I tunes, e affettuosi saluti alla siae e alla riaa, come mio solito), e mi ero fatto un’idea di andare ad ascoltare ballate a metà fra quelle "murder" di Re Inchiostro e quelle notturne morphinizzate. Che ci sono pure state, come da copione, ma rappresentano solo in parte la musica suonata dagli australiani.

Come ogni vero blogger che il sabato non ha niente di meglio da fare, mi sono documentato all’uopo su un gruppo la cui carriera non avevo avuto modo/tempo/voglia/occasione di approfondire. Il risultato delle mie diligenti ricerche mi ha insegnato che ogni volta in cui si parla dei Devastations si devono citare 

  1. Fra le indubbie fonti d’ispirazione Nick Cave (almeno tre volte, inclusi i Birthday Party), Tindersticks, Morphine (in particolare il compianto Mark Sandman, spirato sul palco di Palestrina, Italy), Costeau, Black Heart Procession, National, e fra i classicissimi le cose più scure di Cash e Coehn. Tutto giusto e confermato da ciò che si è sentito al concerto, io di mio ci aggiungerei anche certo Lou Reed, che non si sbaglia mai. Credo che se si cita Nick Cave come loro influenza davanti al cantante, e lui ti sente, si rischiano almeno un paio di incisivi. Te li spezzerebbe con un pugno, probabilmente proprio come farebbe Nick Cave, epigono anche in quello.
  2. Fra i fatti rilevanti che hanno costellato la loro ascesa il settemmezzo di pitchfork al loro ultimo album Coal, le mutandine bagnate di Karen O per il loro omonimo esordio nel 2004, le amicizie importanti (Dirty three, Liars, Einsturzende Neubaten), l’equivoco del nome (che porterebbe inizialmente a crederli dei punk o dei metallari) e il passaggio da Melbourne a Berlino. Leggendo alcune biografie musicali mi chiedo sempre come facciano band giovani e verosimilmente squattrinate a trasferirsi improvvisamente all’altro capo del mondo, e se siano plausibili per giustificare tali spostamenti motivazioni come "…respirare le atmosfere di X, assorbire il mood di Y, immergersi nell’ambiente di Z"  (dove X ,Ye Z sono città affascinanti a vostro piacimento). Ma a campare nel frattempo come fanno? Fanno cose? Vedono ggente?
  3.  Fra gli aggettvi ricorrenti: tetro, scuro, oscuro, nero, noir, melodrammatico, intenso, romantico, avvolgenti, vibranti, lancinanti. Fra i sostantivi atmosfera, personalità, carisma, intensità, romanticismo, scurezza. Provate a mischiarli a caso e avrete una recensione accettabile di Coal.

Detto tutto ciò leggete qui, e sarete convinti di capire le recensioni musicali in greco. Passiamo al concerto.

Impressionano i Devastations innanzitutto per la sicurezza che mostrano sul palco: sembrano dei pischelli ma si muovono come consumati artisti. Inoltre colpisce la compattezza assoluta del sound, manco bassochitarrabatteria uscissero da uno strumento solo, che ti investe dal primo pezzo, frantumando inizialmente le aspettative di musica triste, lenta, straziante. Difatti attaccano con un paio di canzoni piuttosto tirate. Succede pure che sul finale di due o tre brani il summenzionato sound tenda pure ad innervosirsi, dando finalmente un perchè musicale alla loro ragione sociale, con strascichi sonicissimi di chitarre distorte che come sempre mi hanno causato imbrazzanti erezioni. La parte centrale del concerto è stata dedicata a canzoni più lente fra cui I Don’t Want To Lose You Tonight, Coal, a cui hanno alternato cose dal ritmo più sostenuto come Loane ( a metà tra Lanegan e i Calexico, tiè altre due influenze a cui non avevo pensato!) o addirittura "pop" per loro stessa definizione come Sex and Mahyem.

Poi ci sarebbe da affrontare il capitolo "Voce di Conrad Standish". Io mi limiterei a riportare che il ragazzo (che suona incidentalmente anche il basso), ha quella che potremmo tranquillamente definire una "voce della Madonna". Se non fosse stato per quei pantaloni chiari sooo seventies e una specie di mocassino bianco inguardabile, la sua prova a Salonicco sarebbe risultata assolutamente impeccabile: classe, ispirazione, seduzione, pathos – che in Grecia suona anche bene.  Standish ha una voce che lèvati, anzi resta e ascolta in religioso silenzio, e se ci hai un cuore commuoviti e fatti smuovere da quelle frequenze vocali basse e suadenti, che scuoterebbero pure un D’Alema ibernato (Dio non voglia!).

Le canzoni dei Devastations ti parlano in effetti proprio delle Devastazioni dell’amore. Io infatti soffrivo come un cane mentre Conrad cantava Previous Crimes, mi struggevo pensando proprio alla mia dolce metà, che in quel momento era a spaccarsi la schiena (fino a notte fonda) presso un noto ristorante italiano per permettermi di pagare il biglietto del concerto e due birrette, che vuoi o non vuoi te le bevi, altrochè. Ma d’altronde l’amore è fatto anche e soprattutto di queste cose, mi sembra.

Per il bis tornano e suonano una ballata dolcissima, solo per chitarra leggera arpeggiata e "voce della Madonna" e  chiudono trionfalmente con un brano che non ricordo – ma c’era il batterista – con finale di strumenti votati al rumore.

Insomma, con i Devastations venerdì scorso fu seduzione immediata. Per dire, sono stato anche in grado di passare sopra a un gravissimo episodio: hanno intitolato e pure cantato un’appassionata ballatona strappamutande "We will never drink again". Sconsiderati! Trattavasi di una provocazione bella e buona, ma lo so che alla fine stavano solo scherzando, si sa, sono ragazzi, e allora li ho perdonati. Siccome so che vengono in Italia fra un po’, vi consiglio di andarli a vedere e di lasciarvi affascinare da questi australocrucchi malinconici, semprechè Sanremo o le Devastazioni politiche italiane non vi trattengano a casa. Qui un paio di mp3, che non badiamo a spese.

Per dare speranza al paese

febbraio 23rd, 2007 | By benty in Senza categoria | No Comments »

C’è bisogno di un rilancio, da parte di ognuno di noi, per dare speranza a un paese come il nostro, in evidente difficoltà. Anche dall’estero non esito a farmi carico delle mie responsabilità, e sono pronto a rilanciare l’Italia e gli italiani. Comincio da me stesso, rilanciando il mio trascuratissimo m-blog, l’antica arte dell’mp3 blogging. E lo faccio con uno degli orgasmi multipli che questo 2007, sovraccarico di uscite musicali, mi provocherà presto. Nuovo pezzo delle venerate Electrelane , qui.

Uno splendido quarantenne

febbraio 21st, 2007 | By benty in Senza categoria | 3 Comments »

Kurt Donald Cobain (20/02/1967 – 05/04/1994)

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L’amore è …

febbraio 10th, 2007 | By benty in Senza categoria | 8 Comments »

… tornare a casa abbastanza sfatto dal sonno e dalle birrette alle 6 e mezzo (è per lavoro, che vi credete?), come ogni sabato mattina, volgere lo sguardo al pavimento e trovare una mappa dettagliata della casa, munifica di indicazioni per arrivare fino in camera da letto con le mie sole forze. Sembra che ultimamente io tenda a perdermi anche in ambienti relativamente piccoli.

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Tolis e la rivelazione dei blog

febbraio 3rd, 2007 | By benty in Senza categoria | 2 Comments »

Ieri sera al Kika, mentre io al mio solito dispensavo gioiose musiche dei nostri giorni, corroborandomi di insipide birre olandesi, il mio amico Tolis teneva banco. Come sempre ci riusciva grazie alla sua voce stentorea, alla mimica iperbolica, e alla risata che  – più che contagiosa - risulta a tratti abbastanza intimidatoria, esibendosi nel suo cavallo di battaglia. Ovvero una delle sue insostenibili tirate para-socio-politiche che prendono solo spunto dal malgoverno greco, sfiorano l’annoso tema della disperante mancanza di concerti, abbracciano l’agghiacciante stagione cinematografica, virano contro l’ineluttabile livellamento verso il basso della economia ellenica, toccano di striscio l’aumento del costo della vita e in particolare delle birre, piroettano leggiadri sopra l’incubo della burocrazia locale, investono con foga l’imbolsimento di certi dj cittadini (fatto salvo il sottoscritto, sempre in splendida forma ndB) , sostano riflessivi sull’irreversibile decadenza socioculturale di Salonicco, poi saltabeccano di punto in bianco sull’amaro tramonto di certi locali, un tempo a noi cari. Niente di nuovo, nè di speciale: Tolis è così: un ragazzo di preclara intelligenza e cultura ben sopra la media, finissimo ascoltatore musicale e lettore, nonchè discreto cinefilo (mi si dice). Trentenne armato di caustico humor, violento e amaro, che ha, nella vita, una missione. Si è votato all’imperitura arte del lamento pubblico, del fustigatore di costumi, del Savonaropoulos, supportato dal disinvolto utilizzo di un’ars retorica che oscilla dal "sistavameglioquandosistavapeggio", fino al "a drila tutta si è stati sempre peggio", e quindi in definitiva al "non cambia mai una mazza". Stasera si era appena arenato sull’esigenza di dare voce al sentimento inane di protesta che lo impregna da una vita (o almeno da quando lo conosco). Quando, a un tratto, l’illuminazione scende con tutta probabilità dall’alto, lo circonfonde di luce e ne rapisce lo sguardo, strappandolo inaspettatamente al terzo ginlemon. Riconosco gli occhi persi in un futuro a lui ormai chiarissimo, lo capisco colto dal fervore misitico della rivelazione, pur essendo certo di non poter essere compreso fino in fondo dai suoi contemporanei, come tutti i veri profeti. La mattina del 3 febbraio 2007, alle ore due circa, lo sento scandire distintamente e con tono che non può accettare repliche, quanto segue "Credo che dovremmo aprire un blog".

Quindi ho dovuto pubblicamente confessare di averne uno da tre anni e mezzo.

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