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All Posts from maggio, 2006

La Guerra Dei Marchi

maggio 31st, 2006 | By elrocco in Senza categoria | 4 Comments »

La Storia delle Scarpette Da Calcio dagli anni 80 ai Giorni Nostri.

Nei pronostici per l’assegnazione del titolo ha sempre più spazio Il Fattore Marchio. Una spartizione per brand: Francia – Adidas,  Corea – Nike e la conseguente nascita di teorie cospirative ( Cosa successe Ronnie?). Oramai le Multinazionali tengono le Federazioni per le palle imponendo turnè assurde, convocazioni di giocatori e amichevoli improbabili.
Ma come è avvenuta la trasformazione di una scarpa in una sorta di Excalibur da area di rigore?
Storicamente le scarpe da calcio erano essenzialmente di due tipi a 6 o a 13 tacchetti con quest’ultime nel ruolo della station wagon: tempo libero/allenamenti e città/partita. La proverbiale saggezza del magazziniere aveva tramandato da spogliatoio a spogliatoio il rito della unzione con una sostanza mistica commercializzata con il nome di grasso di foca. Una lattina gialla dal contenuto incerto con un orso come simbolo, ma per tutti era il grasso di foca. Mai contraddire un magazziniere. La marmellata oleosa, detta la vasellina dei calciatori, dall’odore nauseabondo doveva impermeabilizzare ed ammorbidire il cuoio. Le regole di manutenzione prevedevano inoltre il divieto assoluto di esposizione ai caloriferi onde evitare pericolose screpolature.
I modelli erano rigorosamente sul nero, ed erano praticamente uguali,  le differenze erano solo nei dettagli (es le Adidas Hansi Muller avevano le tre righe argento, le Pierre Littbarski bianche, il telaio era lo stesso e dopo due lavaggi si solidificavano irrimediabilmente) e nella pregievolezza del cuoio.
Ovviamente bisogna includere il fattore prezzo. Noi, squattrinati giocatori, avevamo optato per la scelta autarchica, rivolgendoci fiduciosi alle illustri e proletarie lotto donadoni e/o diadora vialli o pantofola d’oro nicola berti. Poi arrivò la Nike, con le famigerate Tiempo, al grido di Innovazione!! 7 o 14 tacchetti in ceramica, non svitabili, tomaia leggerissima, costi altissimi. Un fiasco totale.  
Qualcosa doveva accadere in quei giorni da coppa campioni. Massaro scendendo in campo con le Pantofola D’oro in tinta gold e soprattutto Marco Simone con le Valsport bianche ruppero per la prima volta il tabù del nero. Shame and Scandal. La Resistenza degli ortodossi del calcio, il 90% dei tifosi e praticanti, fu vana e le mode più cazzute ci avrebbero poi sommerso. Baggio con le scarpe blu è IL Vero Colpo al Cuore.  
In verità, il nucleo della questione, per ogni vero calciatore che ha attraversato questo periodo storico, sono i legamenti. Le lesioni infatti sono aumentato visto che la scarpa rimane piantata nel terreno.  
Il resto è  solo la conseguenza dell’invasione dell’ UltraMerce (quante cazzate ho dovuto sorbire inerme sulla leggerezza delle magliette kappa) in attesa di sostituire un giorno, nemmeno troppo lontano, Il Mondiale con La Sfida Finale fra Team Nike ed Equipe Adidas. Arbitrerà Collina a bordo di una Opel Corsa.

Terra (anche) mia

maggio 30th, 2006 | By benty in Senza categoria | 14 Comments »

Sono nato in Sicilia, a Catania, come anche mia madre e mio fratello. Sono dunque "mezzo siciliano", e nel mio schizofrenico "sentire" un’appartenenza (greco, italiano, portoghese, marchigiano, fabrianese, etc..) la  sicilianità esiste, eccome. Io mi sento anche siciliano. Anche se ci ho vissuto solo per i primi tre anni della mia vita. Anche là riesco a sentirmi a casa, quando ci torno. E’ un posto che amo, a cui lego ricordi lontanissimi e sfocati ma che ancora sento come mio. E’ un posto i cui suoni, colori, sapori, odori mi incantano ogni volta. Capisco il dialetto (lo potrei anche parlare ma me ne vergogno, non conoscendolo bene, mi sembra una forzatura) , conosco la mentalità, adoro la cucina, sono affezionato ai posti, stravedo per le fantastiche espressioni idiomatiche e  l’incredibile senso dell’umorismo della gente, la vitalità a anche la flemma (eh la Magna Grecia!), il temperamento, il senso di orgoglio dei siciliani, voglio bene a molte persone che vivono lì. Ricordo che dopo essermi trasferito a Fabriano, a volte, credendo di insultarmi, mi chiamavano siciliano, con sprezzo, come se significasse mafioso, come se avessi dovuto vergognarmene. Conosco altrettanto bene i difetti dei siciliani, e le cose che mi allontanano dal loro modo d’essere, le cose che non sopporto. Ce ne sono ovunque, ce ne sono nelle Marche, ce n’erano perfino nella diletta Lisboa cose che non mi piacevano, e su quelle che non mi piacciono qui in Grecia se leggete da un po’ queste pagine vi sarete fatti un’idea.

Il dolore quasi fisico che provo nel leggere il risultato di queste elezioni regionali, ha anche a che fare col mio sentirmi siciliano. Sono uno strapiantato cronico, sono sempre stato il greco in Italia, l’italiano in Grecia, il siciliano nelle Marche e il marchigiano in Sicilia. Nonostante questo, ricordo che i brividi di rabbia e orrore provati quando morirono Falcone e Borsellino non erano estranei al mio sentirmi in qualche modo siculo. E oggi non riesco a capire, a darmi pace, a credere che la Sicilia decida di affondare, di consegnarsi a chi l’ha rovinata con le proprie mani, che chiamata a decidere del suo futuro, fra un candidato in odor di mafia (i cui volantini elettorali sono stati trovati nel covo di Provenzano) e una candidata a cui la mafia  ha ucciso un fratello, scelga il primo. Sono afflitto da questo lasciarsi andare, questa eterna immobilità, questo fatalismo suicida. Non è più una questione di politica, di destra o di sinistra. Diventa una questione di dignità, di morale, di capacità di reagire, di guardare le cose per quelle che sono e dar loro il nome giusto, di scrollarsi di dosso l’apatia. La Sicilia non ce la fa, e il mio cuore soffre per quei siciliani a cui è stata tolta anche stavolta la speranza di cambiare.

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Senza Kika

maggio 28th, 2006 | By benty in Senza categoria | 8 Comments »

Ieri sera ho messo i dischi per l’ultima volta in questa stagione al Kika. Si dovrebbe ricominciare ad ottobre. C’era poca gente, quasi tutti amici miei, gran caldo. Andrea e Nausica sono rimasti fino alla fine, loro che c’erano anche quando ho esordito, mi hanno portato una bottiglia di vino bianco per celebrare la chiusura. Mi mancherà parecchio quel posto. Ma non solo. Anche tutto il rituale di preparare i dischi il pomeriggio, appendere le locandine (che nel frattempo ci siamo pure montati la testa e abbiamo dato un nome alla serata) uscire da casa con le mie borse dei cd che mi sento un eroe, prendere l’autobus per scendere in centro ascoltandomi l’ultima selezione preparata per la serata, arrivare e farmi fare il caffè, passare quelle due ore buone di solitudine e sfogarmi con playlist che svariano di volta in volta dal twee al goth, a seconda di come mi gira, aspettare che si riempia, piano piano verso le due, clienti fissi e gente fresca, magari qualche studente che passa sul tardi per un saluto e uno sfinnaki, sorridere nei rari casi di gente che comincia a muoversi, impazzire col cdj sinistro che legge la metà dei cd, imporre con orgoglio al mondo ellenico gli A Toys Orchestra, i Le man avec les lunettes, gli One Dimensional Man, gli Yuppie Flu, i Giardini di Mirò, i Julie’s Haircut, i Canadians, i Disco Drive, De Fonseca ed Enver degli Offlaga (qualcuno sa perchè) e poi vedere il mio capo che ballicchia finalmente sui Clap your hands say yeah, morire un po’ quando viene imposto l’abbassamento del volume, entusiasmarsi quando invece al contrario viene  chiesto di alzare (in genere siamo in fase Stooges), Tolis che urla ogni volta "Alexander, a older brother!" quando arriva il momento Arcade Fire, gioire dentro quando vengono a chiederti cosa stiamo ascoltando, prendermi dei rari complimenti quando passo New Model Army, Sunny boys, Dubrovniks, che qui in Grecia ci hanno un loro perchè, esaltarmi e zompettare tanto su Human Fly dei Cramps, quanto su Stereo dei Pavement, svuotare Heineken da trentatre a un ritmo da idrovora, chiudere sempre la serata con Sitting on the dock of the bay, unica clausola impostami e ben accetta. Poi andarmene a mangiare qualcosa da Iannis quello delle sfogliatine calde che è già giorno.

Ieri si respirava aria di smobilitazione. Invece di prendermi per i capelli e staccarmi dai cd player, come è in genere costretto a fare ogni volta verso le 5 e mezza, il capo mi ha lasciato suonare quasi fino alle sette, c’era una bella atmosfera, raccolta, quasi familiare. L’ultimo pezzo della stagione è stato ponderato con cura, e ci ha un perchè: Just be thankful for what you’ve got, nella adorata versione yolatenghiana.

Dilemmi mondiali

maggio 26th, 2006 | By benty in Senza categoria | 4 Comments »

Ma se l’Italia, hai visto mai, dovesse aggiudicarsi la coppa del mondo di calcio, vincendo il mondiale di Krante Cermania prossimo venturo, quali conclusioni dovremmo trarre sul nostro calcio malato?

Che il calcio italiano era sano, efficiente e ha prodotto la migliore squadra del mondo, e dunque non è successo nulla, siamo sempre i più bravi e la simpatia itraliana, ed è tutta colpa dei giudici comunisti, al solito?

Che siamo già fuori dal tunnel, ce la siamo vista brutta ma siamo già in netta ripresa, ed anzi è cambiato proprio tutto (pur non cambiando niente) a meno di due mesi dall’esplosione dello scandalo?

Che il sistema della corruzione premia comunque i più efficienti, quindi paga, e va assolutamente esportato? Diventeremmo un modello da seguire per le altre nazioni, cosicchè salterebbero fuori dappertutto come funghi i Mogginho, i Paparesten, i De Santisky?

Oppure significa che abbiamo ormai raggiunto anche i più alti livelli dei massimi organismi internazionali, che abbiamo messo le mani sulla Fifa, che Sepp Blatter è come un Carraro qualsiasi?

Questi sono dubbi oziosi, che tanto coi piedi quadrati che metterà in campo Lippi il rischio non si corre proprio. L’importante è partecipare con stile. Roba innata per noi. Lo stile Italia, il calcio quello "sano", (ahaha) lo rappresenta Totti, uno che in genere durante i mondiali si diletta a sputazzare in faccia gli avversari.

Ve lo meritate Gennaro Gattuso.

The Shins will not change my life

maggio 24th, 2006 | By benty in Senza categoria | 9 Comments »

Ti alzi di buonumore, è già estate e fra poco i corsi finiranno, permettendoti di rilassarti. Inoltre tra un paio di settimane riceverai visite a dir poco agognate, insomma sei tutto su di giri. Ti fai il caffè, metti su gli Shins. Non c’è niente che possa andare male, ti dici. E’ con questo agguerrito stato d’animo che inforchi i tuoi occhiali da sole tamarri e ti rechi in battaglia, pronto a sconfiggere il "mostro burocratico ellenico", creatura trasversale, melmosa, unta, tentacolare, che estende il suo impero dalle aziende pubbliche a quelle private. La lotta è impari, ne sei conscio. Il mostro lo conosci, ne hai già combattuto le molteplici incarnazioni, ne sei già stato ripetutamente sconfitto, sai che la tua lancia in resta dev’essere composta da una lega indistruttibile di pazienza, tenacia, ostinazione, nervi saldi, insistenza e un tocco di facciadaculo, se occorre. Anche senza Sancho Panza e Ronzinante sei pronto a dargli filo da torcere, oggi trionferai, lo senti.

STEP 1: OTE (compagnia greca telefonica ex monopolista)

Eri stato informato la settimana precedente che la banca non aveva provveduto a pagare la bolletta del telefono, per dei dettagli a dir poco irritanti, che proprio ti ostini a non capire. Praticamente non c’erano più soldi nel conto corrente. Quindi toccherà a te, di persona, scendere tutta via Pasalidi, affrontare la fila, spiegare cos’è successo, e infine pagare. Sembra semplice. La coda per lo sportello delle bollette arriva fino fuori dall’edificio della compagnia telefonica. Come se il pagamento via banca qui non fosse mai arrivato. Peraltro noti che la fila è composta da anziani determinatissimi a non farsi mettere i piedi in testa, probabilmente mandati in pasto al mostro da figli senza scrupoli. Non ti perdi d’animo, dimentichi l’afa e la calca, ti disponi ben ultimo con serafica attitudine. Dopo un po’ arriva il tuo turno

Imiegato Ote: dica (con la mano tesa a ricevere la bolletta, che a me peraltro non è ancora arrivata)

benty buongiorno !

impiegato Ote: [già distogliendo lo sguardo ma sempre con la mano tesa, ed un inconfondibile tono metallico standard (cfr Offlaga Disco Pax) ] dica

benty: dunque, io avrei questo problema ….

impiegato Ote (volge gli occhi al cielo/soffitto giallastro, invocando probabilmente qualche divinità, anche antica, perchè mi incenerisca seduta stante, ho come l’impressione che non mi ascolti)

benty: ehm dicevo mi hanno detto dalla banca che…

impiegato Ote: la bolletta ce l’ha?

benty: no veramente ero qui a spiegarle proprio che non essendomi arrivata la bolletta avrei pensato di…

impiegato Ote: (indica un punto lontano all’orizzonte, oltre i mulini a vento) quel signore lì, lo vede, ecco vada da lui (il suo sguardo mi bypassa, è già concentrato sulla prossima vittima)

benty (imperterrito) ma io avrei anche fatto la fila e… (vengo calpestato dal pensionato alle mie spalle, mi reco rassegnato dall’altro personaggio, in fondo. Nervi saldi, s’era detto)

Secondo tentativo, altro impiegato

benty (si impone un sorriso facilmente travisabile per una paresi) Buongiorno !

altro impegato Ote (non solleva lo sguardo dal pc) dica

Al suo fianco campeggia il solito inutile gigantesco cartello che recita inane "Vietato fumare" e lui ovviamente sta fumando. E come se il cartello dicesse "Vietato essere greci". Che senso avrebbe? Un greco è un greco è un greco.

benty (decide di passare all’attacco, di essere più risoluto) dunque mi controlli per cortesia questo conto, la banca dice che la bolletta non è stata pagata, e a me non è ancora arrivata. Veda un po’…

impiegato Ote: (si scuote dal torpore) mi dia il numero [Scartabella un po' alla ricerca, lo trova. Si rivolge a me] boh… qui risulta pagato… o meglio…se non è stato pagato lo sapremo fra qualche giorno

benty: e dunque?

impiegato Ote: eh torni fra qualche giorno e lo paghi

benty: ma, scusi, io vorrei pagare adesso [si rende conto che sta IMPLORANDO qualcuno di lasciarlo pagare. Strana è la vita, a volte]

impiegato Ote: eh ma non si può, qui non risulta poi si fa casino. Ci vediamo fra qualche giorno

benty (abbassa il capo in segno di resa) D’accordo, arrivederci

 

STEP 2: AZIENDA MUNICIPALE DELL’ACQUA

Ovviamente l’odissea non è finita. Ti esorti a non perderti d’animo, hai ambizioni oggi. Vuoi addirittura chiudere il travagliato discorso del contratto dell’acqua. Per darvi una idea di come funzionano le cose in questo paese intasato dalla feta. La scuola l’abbiamo aperta a settembre. Da allora per mesi non si sapeva chi pagasse l’acqua, poichè la precedente impresa che affittava gli uffici si era, come dire, volatilizzata. Il padrone, dopo lunghe pressioni, riesce a farsi mandare una bolletta pagata ed estingue le pendenze, cosicchè noi si possa fare un contratto con l’azienda dell’acqua a nome della scuola. Più e più volte ti scontrasti in battaglia col mostro burocratico ellenico, uscendone sempre brutalmente mutilato e afflitto spiritualmente. Stavolta però senti che ci sei. Nelle ultime due volte che ci sei andato ti hanno fatto un elenco degli incartamenti necessari. Poi una volta si erano scordati che avevi bisogno anche di una delega, e te la sei infine fatta fare. Adesso andrai finalmente a fare il tuo dovere, Sai di avere le carte in regola. Siamo arrivati quasi a giugno, è finito l’anno scolastico, la mia scuola non ha ancora un contratto dell’acqua. Benvenuti in Grecia, anno del Signore 2006.

benty: (sempre più provato da questi sorrisi forzati) buongiorno !

impiegato acqua: dica

benty: si ricorda di me? ho bivaccato qua a lungo nella vana speranza di stipulare un contratto per la mia stracazzo di scuo…

impiegato acqua: (senza sollevare gli occhi dalle sue carte) la signorina giù in fondo (indica)

benty: (gli occhi si iniettano di sangue, il sorriso ci mette poco a trasformarsi in un ringhio) si. Grazie.

signorina giù in fondo : dica

benty: (senza proferire più parola, senza nemmeno dire buongiorno sbatte davanti alla stolta il plico documentale necessario, uscirò da qui con il mio contratto, dovesse costarmi la mia stessa vita, maledetti) fatemi un contratto o faccio una strage, voglio pagare, essere in regola, perdìo

signorina giù in fondo (da un’occhiata, tutto sembra a posto) bene, c’è tutto, adesso le faccio il contratto

A quel punto non mi interessa che la procedura al computer richieda un tempo in cui avrebbero potuto erigere un acquedotto. Ormai sono soddisfatto, mezzo obiettivo della giornata è stato centrato, mi rilasso, mi esce anche un sorriso, lo stesso di stamattina. Con gli Shins nello stereo le cose non possono andare male, rifletto giulivo. Abbasso la guardia, firmo felice, giunge addirittura il momento di pagare e lo faccio con gioia ingiustificata. E’ fatta, penso.

Poi, ovviamente qualcosa non va.

signorina giù in fondo: eh ma scusi, qui risulta che la bolletta che mi ha dato è condomininiale, e non privata

benty (sgomento) ma …

signorina giù in fondo : niente qui mi tocca cancellare tutto, e non so nemmeno come si fa, aspetti che chiamo il collega

La procedura di cancellazione richiede un tempo doppio a quello di stampa del contratto, e senza di essa non posso prendere indietro i soldi pagati. Si forma una fila malmostosa alle mie spalle. La mattinata è stata una debacle, l’ennesima. Sprofondo su una sedia, la testa tra le mani. 

Mi scorre un brivido sulla schiena: ho dimenticato che dopo devo andare pure in banca. Oggi soccomberò, lo sento. La morale della giornata è: mai fidarsi delle mattine radiose, degli impeti di buona volontà, di quanto si è imparato in battaglia. E, amara constatazione, nemmeno degli Shins.

Quattro anni e due giorni dopo

maggio 19th, 2006 | By benty in Senza categoria | 3 Comments »

Manco mi sono accorto che dall’altro ieri sono già quattro anni che vivo a Salonicco, remota provincia dell’impero occidentale, Europa ai suoi confini che non confina con l’Europa, città che alla fine mi si è infilitrata nelle fibre. Quattro anni. Non me ne capacito, mi sembrano ere geologiche fa. Intanto è cambiato tutto, a partire dai motivi per cui mi trovo ancora qua, ben diversi da quelli per cui a suo tempo decisi di trasferirmi, lasciandomi alle spalle l’Italia. Eppure non cambia nulla da un certo punto di vista. Ci sono cose che rimangono (cfr Bugo). Una sorta di permanente precariato esistenziale. Una ostinata fede in valori discutibilissimi e sicuramente sopravvalutati. Lo smarcarsi con allucinante convinzione dalle soluzioni troppo facili, in maniera quasi cronica. Un fiuto sopraffino per cacciarsi in deliziose e necessarie situazioni che ti complicano la vita. Eppure senza le quali ti sentiresti vuoto e inutile come una birra senz’alcol (cfr Brizzi). Un navigare a vista che ormai è marchio di fabbrica, e permea ogni compartimento della tua esistenza.

Uno pensa sempre che fra quattro anni chissà, fra quattro anni sei cresciuto, le cose saranno cambiate, sarà tutta un’altra storia, figurati, c’è di nuovo il mondiale. Vedi gli amici che si sposano, e fanno figli, carriera. Continui a non invidiarli, e la cosa non ti impensierisce minimamente. Che poi alla fine qualche passetto l’hai fatto pure tu, non si discute. Ma verso dove, quello ti chiedi. E quando ti sforzi di trovare una risposta ti senti un po’ coglione e un po’ orgoglioso. Insensatamente soddisfatto di proseguire una strada in cui ti sei ritrovato quasi per caso. E alla fine però ti porta proprio verso la destinazione che ti sembra di aver sempre sognato. Almeno tu ne sei convinto, quello ti ripeti.

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Irene e Celia

maggio 17th, 2006 | By benty in Senza categoria | 7 Comments »

Irene era la giovanissima professoressa di spagnolo della mia scuola, fino a qualche settimana fa. Era emaciata, molto alternativa, a rasentare quasi la freakkettona. Ci aveva pure il piercing sul labbro, roba parecchio estrema per il quartiere dove si trova la scuola, Kalamarià. Un quartiere di arricchiti, le ragazze vestono abbastanza fighette e vengono a studiare italiano così dopo possono andare a fare shopping a Milano. I loro pregnanti discorsi durante l’intervallo girano sempre attorno a vestiti, occhiali, profumi, o gossip sulle celebrità (mon dieux) greche. Un posto del cazzo, ne convengo. Figuratevi come ci si trovava Irene poverina, un’anarchica spagnola iniettata in un tessuto medio-borghese. Un nuovo tassello sbagliato, con mio grande compiacimento, veniva ad aggiungersi alla creazione di questa bislacca scuola di lingue, già in mano a un proprietario barbudo, capellone e fiero indossatore di magliette dei Blonde Red Head a lezione (TM)*. Eppure dopo alcune difficoltà iniziali si era adattata, credo si trovasse bene. Io ero molto fiero di lei quando perdeva la calma in classe e sbranava quelle ochette che continuavano a vantarsi di essere razziste e di odiare visceralmente gli albanesi, senza neanche saper spiegare perchè. Mi diceva "Desculpe Andrea, ma no aguentava mas ". E io le dicevo "Ma che scherzi? Hai fatto bene cazzo". La chiamavo "malaguena", e quando ero di buonumore ci mettevo anche un "salerosa". Lei mi diceva sempre "Tienes caras de sono". Ero un datore di lavoro soddisfattissimo, che la poverina al primo anno si stava facendo in quattro per fare tutte le lezioni, anche sull’onda dell’entusiasmo iniziale. A volte veniva a trovarmi anche quando mettevo i dischi il sabato, e stavamo addirittura progettando un dj set italo-spagnolo a quattro mani, anche se lei non aveva mai messo musica in vita sua. Quando mi ha detto che doveva andarsene per dei problemi di salute che qui non avevano saputo risolvere, aveva gli occhi lucidi, ed è dispiaciuto molto anche a me, perchè d’astate progettavo di divenire un suo studente. Lei era completamente innamorata della Grecia, e non voleva assolutamente tornare a Malaga, stava bene qui col suo Fernando. Io mi perdevo la mia prof. no global ed era veramente un peccato, che mi veniva meno un cardine dell’immagine della scuola fra le altre cose. E poi a una settimana dall’esame di spagnolo. Abbiamo iniziato a cercare, la mia socia un giorno mi avverte: "Ti mando una ragazza nuova, si chiama Celia". Mi si presenta questa con dreadlocks biondi raccolti da un panno di discutibile provenienza. Ho sorriso. Evidentemente il destino di questa scuola è segnato.

 

*il professore che indossa magliette indierock per fare il figo e sentirsi giovane (TM) è un marchio registrato e depositato dalla Tragedie Greche AE. All rights reserved

Il marcio mondo del djmercato greco

maggio 16th, 2006 | By benty in Senza categoria | 7 Comments »

Riceviamo e pubblichiamo un documento scottante, una intercettazione telefonica che farà tremare le stanze dei bottoni, dando così  la stura alle indagini sul delicato fronte che riguarda il losco traffico estivo di disc jockey nella Grecia settentrionale. Ovviamente il mandante è ancora Lucky Luciano Moggi

 

El RXXXX pronto Luciano?

Moggi: oh stavo a mangià. Dimmi pure !

El RXXXX: scusa, no senti era per quel dj che sta in Grecia, a Salonicco, non so se ci hai presente…

Moggi: ma chi? Il professorino? Che ha ricombinato?

El RXXXX: eh si. Comincia a dare fastidio. Si sta allargando, non so, vedi se puoi fare qualcosa tu…

Moggi: ma no guarda, quello è gestito dalla djea, abbiamo sotto pure Enver, Polaroid  ed Enzop. Ne faccio quello che voglio.

El RXXXX: ma adesso che mi stai a fa il paragone? Quelli son professionisti, ma che c’entra? No, me lo devi togliere dal Kika mi ha rotto i c…

Moggi: e vabbè ma le griglie che avevamo fatto? Dove lo piazzo mo? Dai aspetta che finisce la stagione, fingiamo un interessamento di qualche locale tipo il Flou, lui si impettisce come un piccione, così lo scaricano e il gioco è fatto. Mo telefono a De Luca così creiamo il caso

El RXXXX: e non lo so, trovagli un altro posto. Con la scusa che la stagione è finita

Moggi: senti ci avrei il posto sulla nave, l’Arabella, che ne dici? Uno di quei bar che fanno i giri nel golfo di sera. Massacrante, dalle nove alle nove della mattina, non reggerà mai

El RXXXX: ma che sei matto? Tutta l’estate a sentire i Pixies sulla nave? Ma lì ci vuole il latino, il reggae, lo ska, è all’aperto, d’estate… quello mi mette gli Wolf Parade. No no, se non puoi massacrarlo lo tagli. Bisogna andargli tutti contro, farlo fuori. Gli dobbiamo fare il c…

Moggi: eh io adesso di posto quello ci ho. Dai, ce lo mettiamo tutti i sabati, da giugno a settembre, che si rovina l’estate, così il mare lo vede solo dalla nave eh eh

El RXXXX: eh eh sei proprio un figlio di p… mica ci avevo pensato…dai allora va bene. Ma me lo confermi ?

Moggi: eh ancora no, devo vedere dove piazzare quello dell’anno scorso, sentire coso, quello che gestisce. Ma è uno dei nostri secondo me ce la facciamo. Sennò lo chiudo dentro al cesso come Paparesta ah ah

El RXXXX: ah ah certo e poi buttiamo le chiavi in mare. Oh insomma, quando aggiusti poi fammi sapè

Moggi: si dai dammi qualche giorno, è una questione di qualche settimana, poi ti confermo

L’onda del porto

maggio 7th, 2006 | By benty in Senza categoria | 4 Comments »

L’onda arriva improvvisa, inattesa, sorprendente. Ti tramortisce e ti trasporta via con sè. Scaraventa a terra e sommerge le tue idiote sicurezze, quelle che ripetevi come un mantra fino a ieri, a te e agli altri, per convincertene. Nemmeno fai in tempo a completare il pensiero "Non può essere". Annichilisce la tua forza di volontà, taglia il respiro, poi si ritira. Il paesaggio sembrerebbe uguale, ma in realtà nulla è più lo stesso, e la cosa fa abbastanza tremare i polsi. Quando alzi la testa non capisci più dove sei, perchè, cosa, come, quando. Ti lascia in uno stato confusionale che nemmeno la superskunk quella buona, balbetti banalità, non finisci le frasi. Rischieresti anche perderti nel parcheggio di un aeroporto, per dire.

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